Alan Scuro – Episodio XXIX – Il pezzo mancante

Alan Scuro era carponi sul pavimento della sua modesta casa di Monsampietro Mollico.

Aveva ritrovato quasi tutti i pezzi del modellino che Lira gli aveva “accidentalmente” rotto, poco prima di scappare nella notte fra le piante di pomodori.

Alan aveva rimontato l’elmo del robottino legionario, il pettorale nero in lorica segmentata, i cosciali, gli schinieri, gli spallacci a coda d’aragosta, lo Scudo Rettangolare e il rarissimo Gladio Oscuro.

Il modellino da collezione in scala 1:144 del suo ex robottone da combattimento Remo-Tob poteva dirsi di nuovo completo, ma non per un ex pilota cosmico e ora di nuovo collezionista morboso come Alan Scuro, ovviamente. Uno come lui conservava pure le scatole, quindi non poteva di certo tollerare che al suo giocattolo preferito mancasse un pezzo. Soprattutto se così in vista.

Il cinquantenne era stato così maniacale nella ricerca che, per ritrovare gli elementi più piccoli del Tob, come i minacciosi occhi robotici o il simbolo dell’organizzazione che dal 1892 quei robottoni li gestiva per salvare la Terra, la Chimichanga Dam, aveva per ore operato in quella stessa animalesca posizione, premendo delicatamente la mano sul cotto. Così da vedere col tatto e senza il rischio di calpestare nulla.

Ma le fiamme del cimiero in plastica trasparente da incastrare sopra all’elmo, no. Quelle, nonostante gli sforzi fisici e l’abnegazione psicologica, modo carino per definire le bestemmie, quelle Alan Scuro non era riuscito proprio a ritrovarle.

– Dove ca**o si sono cacciate?! Maledette sprue!

Le sprue erano i minuscoli scarti di plastica che, nel pomeriggio, durante la costruzione del modellino, Alan Scuro aveva chirurgicamente troncato al fine di separare le singole parti del robottino dalle plance pressofuse allocate nella scatola dello stesso, insieme alle istruzioni in giapponese.

Tanta era stata la voglia di costruirlo seguendo i disegni degli esplosi nelle istruzioni – Alan Scuro non sapeva il giapponese – per rivedere almeno la riproduzione in scala del suo ex compagno di mille battaglie, che l’ex pilota si era detto: – Le sprue le raccoglierò alla fine con la scopa tutte in una volta, tanto qualcuna salterebbe via anche se ci stessi attento.

E poi quel pomeriggio lì con lui c’era stata Lira, che faceva le bolle di sapone e prendeva appunti per la scuola. Al limite, aveva di certo pensato Alan Scuro, se un pezzo importante gli fosse accidentalmente caduto confondendosi fra le sprue, lo avrebbe aiutato la figlia sedicenne a raccoglierlo, mentre lui avrebbe potuto, tutto soddisfatto, continuare a costruire.

– Che male alle palle!

Due sole cose sono apoditticamente vere. Che i robottoni e i loro piloti esistevano e che, nella realtà, i guai vanno sempre in coppia, e spesso chiamano l’amico peggiore perché li raggiunga alla fine.

Dal giorno in cui era tornato dallo spazio Alan Scuro non si era mai tolto i pantaloni da pilota. Sì li aveva lavati, anche premurandosi di usare l’ammorbidente, ma comunque si era sempre rimesso gli stessi, nonostante la sua ritrovata propensione per la carbonara. La cosa che più gli era mancata della Terra dopo Lira.

Perciò gli era cresciuta la pancia e i pantaloni aderenti da pilota della Chimichanga Dam, che già quando stava in piedi a spadellare il guanciale gli opprimevano il cavallo, stando così a carponi erano divenuti una vera e propria morsa, stretta, sulle palle di Alan Scuro.

– Prima lo trovo e meglio è, Dio… – pensò in preda ad un’altra abnegazione psicologica che non starò a specificare per intero, perché altrimenti necessiterei di due racconti solo per questa. – Che male!

Nonostante il dolore Alan Scuro riappoggiò la mano sul pavimento dove aveva già cercato più e più volte. Ma tirandola su, oltre alla polvere, sul palmo gli erano rimaste per l’ennesima volta appiccicate solo sprue di vari colori. Nere, rosse, verdi. I colori del Remo-Tob.

Strinse allora gli occhi per il dolore, sfilandosi la camicia bianca con l’impronta del ferro da stiro dai pantaloni aderenti, per cercare di darsi sollievo. Eppure il sollievo non sopraggiunse, a differenza di altre numerose e variopinte abnegazioni psicologiche.

Soffriva come il cane che era, Alan Scuro, eppure il pezzetto in plastica rossa trasparente del robottino da collezione era più importante anche del dolore. Era un regalo di Lira, quel giocattolo, e chissà quando, e se, l’avrebbe potuta rivedere.

Quindi Alan Scuro si abbassò ancora, appoggiando l’orecchio sul pavimento per guardare sotto alla credenza. Polvere a gomitoli, altre sprue e lo sparabolle di sua figlia. Non c’erano altro che i suoi fallimenti là sotto.

Per sicurezza vi allungò la mano, per fugare ogni incertezza data dalla penombra, e là sotto, finalmente, Alan Scuro sfiorò qualcosa di diverso dal solito. Era polito, plasticoso e dalla forma allungata: – Le fiamme del cimiero! Le ho trovate!

Ma quel qualcosa si mosse, zampettando via nervosamente verso la luce, e rivelando all’ex pilota la propria verde, nonché maleodorante natura, di stramaledettissima cimice. Era una delle tante che, nonostante gli sforzi difensivi dei Tob e forti della loro piccolezza, riuscivano a raggiungere incolumi, dal Cosmo di Nessuno, il nostro tanto amato Pianeta azzurro.

Era una delle tante che, Alan Scuro aveva per trentatré anni combattuto, dovendo forzosamente restare lontano, prima dalla propria vita e poi, da quella di Lira.

(Continua…)

L’Episodio XXX di Alan Scuro – Elefantiasi – verrà pubblicato, sempre qui, il giorno 11-08-2023, alle ore 00:00.

Grazie per il vostro tempo. L’autore, Francesco Maurizi

(La storia, i luoghi e i personaggi di questo e di tutti gli altri racconti presenti in questo sito, sono frutto della fantasia dell’autore degli stessi, Francesco Maurizi, e come tali, sono protetti dal diritto d’autore.)

Il racconto è finito, per ora. Grazie per il tuo tempo e, se ti va, condividilo!

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